I danni della Lega

Oggi ci vuole coraggio per parlare di questione settentrionale e federalismo dopo l’inconcludente scempio che la Lega di Bossi ha fatto di questi concetti. Eppure mai come oggi, mai come in momenti di crisi diventa urgente mettere mano a ad un progetto di ristrutturazione dell’assetto politico-economico-istituzionale del paese. Dopo 20 anni di chiacchiere e buffonate leghiste la questione settentrionale continua a esistere in tutta la sua gravità, basta leggere commentatori e sociologi anche di sinistra come Dario Di Vico e Luca Ricolfi. La risposta è il federalismo, non solo fiscale ma anche amministrativo e politico-istituzionale
Un federalismo integrale, che parta, cioè, dai livelli amministrativi più bassi per arrivare alla struttura dello stato, un federalismo basato sul principio di sussidiarietà (il livello amministrativo superiore fa solo ciò che è impossibile a quello inferiore) comporterebbe risparmi enormi e maggiore efficienza. E nel federalismo integrale sta anche la soluzione della questione settentrionale (leggere “Il sacco del Nord” di Ricolfi) ma anche di quella meridionale, per effetto di una piena responsabilizzazione.
Immane è, perciò, la fatica che aspetta Roberto Maroni. Deve restituire credibilità alla Lega, la cui natura, la cui ragione di vita si basa proprio su questi due concetti, sputtanatissimi proprio dalla Lega. Prima di tutto Bobo deve fare in modo che la gente non scoppi a ridere e non corra via quando sente un leghista parlare di federalismo. Basta con ampolle, riti pagani e balle di ministeri trasferiti a Monza. La Lega di Maroni tornerà ad essere credibile quando affronterà con piglio combattivo problemi concreti dei “suoi” territori: Malpensa, ad esempio, la crisi della Rai di Milano, le infrastrutture dell’area padana, la revisione del patto di stabilità eccetera. E concludere al più presto, se è ancora possibile, il lunghissimo iter per l’introduzione del federalismo fiscale (almeno quello!). L’alternativa a questa linea è la scomparsa della Lega o la riduzione a insignificante gruppetto folcloristico. E sarebbe un peccato.

La madre di tutte le battaglie

Pare che si possano e si volgliano tagliare 100 miliardi di spese della pubblica amministrazione, da quella centrale a quelle locali. Ora Bondi, l’ultra-tecnico incaricato dal governo dei tecnici di realizzare la mitica spendig review (in italiano: rifare i conti dello stato per scoprire dove si può tagliare) ci deve dire dove si abbatterà la mannaia governativa.
A quel punto tutti cominceranno a strillare: i vari ministeri (stavolta forse non direttamente i ministri, che lo faranno fare ai loro superburocrati), i sindacati, l’opposizione, gli enti locali e via sbraitando. Com’è successo tutte le volte che lo hanno fatto o ci hanno provato altri governi, raramente riuscendoci, spesso tornando sui loro passi.
Ce la farà stavolta il governo dei tecnici consigliato dall’ultratecnico? Staremo a vedere, per conto mio ho qualche dubbio. Anche se stavolta l’emergenza finanziaria e la super-maggioranza sono due fortissimi atout in mano a Monti. Il quale però non può sottrarsi e non può rimandare ulteriormente quell’altra mossa che avrebbe dovuto essere la prima della sua azione di risanamento: attaccare il debito dello stato, vendendo e privatizzando. Su questo piano finora non ha fatto nulla. Sono convinto che a frenarlo sia, oltre ad un certo  Dna statalista e centralista di questo governo, la potentissima struttura burocratica della pubblica amministrazione, l’apparato dello stato che teme di perdere potere con il ridimensionamento del patrimonio che gestisce.
Tuttavia questa difficile operazione rimane per Monti la madre di tutte le battaglie: non sono convinto che voglia e possa combatterla, anche perchè buona parte dei suoi ministri provengono proprio dall’alta burograzia statale. E se dovesse combatterla, temo che, purtroppo, la perderebbe.

Non è mai troppo tardi, per le riforme

Berlusconi propone di riformare il nostro sistema istituzionale adottando una forma di semipresidenzialismo alla francese. L’argomento più ricorrente fra coloro che si oppongono a questa proposta è che “è troppo tardi, si vota fra un anno non c’è più tempo”. Forse è vero, sebbene ce la si potrebbe fare se la maggioranza che sostiene Monti fosse d’accordo.
Ma il fatto è che di ristrutturazione delle istituzioni italiane, pletoriche, barocche e paralizzanti, si parla da una trentina d’anni e non se ne è mai fatto nulla perché si sono sempre trovate delle ottime ragioni per non farne nulla. L’ultima buona ragione è questa: “E’ troppo tardi”. Per essere credibile questa obiezione dovrebbe esssere seguita da un impegno formale e porre  mano alle riforme subito dopo le elezioni. Ma nessuno lo fa e dopo il voto tutto verrà rimandato per l’ennesima volta a tempo indeterminato.
Stavolta però si tratta di un errore gravissimo perché ormai questo sistema politico, marcio e incapace di decidere (tanto che per combinare qualcosa di urgente in una situazione di emergenza si è dovuto ricorrere a dei non-politici) si trova a ballare irresponsabilmente sull’orlo del baratro. Grillo non è una soluzione ma il sintomo più vistoso di questa malattia.

Monti, attacca il debito

Bisognava farlo prima, bisognava cominciare dal  nostro colossale debito pubblico, palla al piede dello sviluppo e causa degli attacchi della speculazione internazionale e della severità germanica nei nostri confronti. E’ il debito pubblico che mantiene altro lo spred e quindi gli interessi che lo stato paga per onorare il debito. Ma gli interessi più alti accrescono il debito ne così via, in un circolo terribilmente vizioso.
Monti ha preferito aspettare, ha preferito cominciare dalle tasse e da qualche quasi simbolico taglietto alla spesa pubblica. Ma da anni l’Italia vanta un avanzo primario mentre da anni il debito continua a crescere. A sembra perciò ovvio, quasi banale che da lì bisognava cominciare, mettendo sul mercato, cespiti e partecipazioni dello Stato. Oltre tutto il cittadino avrebbe accettato meno malvolentieri l’aumento delle tasse.
Perché non lo si è fatto? Perché si continua a non farlo? Ho il terribile sospetto che anche questo governo, per buona parte composto da ex grandi burocrati e boss ministeriali, sia intimamente statalista e centralista, come quasi tutti i governi italiani, e perciò ostile ad ogni reale ridimensionamento della presenza dello Stato nell’economia e nella società, anche perché ciò comporterebbe un radicale ridimensionamento della burocrazia e dell’apparato politico-amministrativo. Tanto è vero che da decenni ogni intervento che vada nella direzione di quel ridimensionamento fatalmente fallisce.
Anche perché a scrivere le leggi e i decreti attuativi in realtà non sono i ministri ma i ministeri. Anche per questa ragione – oltre che per la particolare formazione culturale degli estensori – quei testi sono spesso complicati, contorti, contraddittori e pieni di eccezioni e “casi particolari”. Nessun potere è disposto a mettere per iscritto il modo per essere depotenziato.